Una leggera cotta

Un viaggio tutto Verde assieme al fondatore di Europe Elects, la storia di un'europeista convintissima, di una biondina ostinata e di elezioni iperdigitalizzate
di
28 FEB 19
Ultimo aggiornamento: 03:36 PM
Immagine di Una leggera cotta
"Gli adulti continuano a dire: 'E' un nostro dovere dare ai giovani speranza, glielo dobbiamo'. Ma io non voglio la vostra speranza. Non voglio che stiate lì, speranzosi. Vi voglio vedere nel panico”.
Greta Thunberg
28 febbraio 2019
Greta Thunberg ha sedici anni ma sembra molto più piccola, ha la sindrome di Asperger e alle spalle una depressione – aveva 11 anni – che ha condizionato ulteriormente la sua crescita. Ha un mutismo selettivo, parla soltanto quando è strettamente necessario, e tendenzialmente parla soltanto del cambiamento climatico, del fatto che non ha senso andare a scuola, studiare, progettare, innamorarsi, sognare se tanto il pianeta sta per distruggersi, se "presto il nostro futuro non ci sarà più".
Nell'agosto dello scorso anno, ha iniziato una protesta contro i negazionisti del cambiamento climatico fuori dalla sua scuola, a Stoccolma. Era venerdì, e lei era da sola: "Sciopero perché voi adulti state cagando sul mio futuro".
Greta è andata in Polonia al vertice sul clima, a Davos e a Bruxelles: in ogni occasione ha denunciato gli adulti e la loro "irresponsabilità da ragazzini", come fanno i grandi a non sentire l'urgenza di salvare il pianeta?
In Belgio, la questione è diventata politica. All'inizio di febbraio, la ministra fiamminga dell'Ambiente, Joke Schauvliege, si è dimessa (in lacrime) dal suo incarico: aveva detto che le proteste degli studenti erano eterodirette da "poteri" esterni. La Schauvliege sosteneva di avere prove fornite dall'intelligence, ma l'intelligence ha smentito.
Greta dice che è sempre stata "la bambina invisibile", che nessuno notava. Ora anima un dibattito che nessuno può ignorare. L'ambientalismo è la "new thing" dell'occidente? E se sì, che effetto ha sulle dinamiche politiche europee?
Cercheremo di capirci qualcosa di più, avventurandoci in quella che è definita "la rinascita verde" dell'Europa, che non è più invisibile, come non lo è Greta, eppure non è come sembra.
Il "surge" dei Verdi che abbiamo visto, l'anno scorso, in Baviera, in Belgio e in Lussemburgo è replicabile a livello europeo?
Intanto vediamo chi fa parte del gruppo Verdi/Alleanza libera europea, che al momento ha 51 seggi sui 751 del Parlamento europeo: è un gruppo molto eterogeneo, che comprende: membri del partito transnazionale Verdi Europei; alcuni partiti regionalisti considerati progressisti, che fanno parte dell'Alleanza libera europea; altri partiti che non hanno affiliazioni con partiti europei, come l'Unione dei contadini della Lituania e il Partito dei pirati tedesco.
Un paio di premesse:
Anche se il principio dello spitzenkandidaten è stato molto criticato e potrebbe non essere applicato, il gruppo Verdi/Ale ne ha ben due, di candidati alla presidenza della Commissione europea: Ska Keller e Bas Eickhout. Mai sentiti nominare? Già.
Qui c'è un video per conoscerli meglio, ma intanto un paio di cose:
I dati. Secondo le proiezioni, il gruppo dei Verdi/Ale aumenterà dell'1 per cento rispetto al 2014. Quindi non c'è nessun surge.
Quindi.
L'elettorato verde è: giovane, urbano e più istruito della media.
Anche questo spiega perché il "surge Verde" è molto dibattuto sui social, ma nella realtà (quasi) non esiste.
O si ama o non si ama questa Europa. E più da dentro c’è chi spinge per distruggerla, più da fuori arriva gente per ricompattarla. E’ il caso di un’elegante signora georgiana, capelli neri e occhi azzurri, unghie laccate e un velo di rossetto sui toni del rosa che da alcuni mesi è diventata presidente.
Salome Zurabishvili ama l'Europa senza condizioni: se potesse costruirebbe un ponte per collegare la sua nazione, la Georgia, a Bruxelles. Visto che questo non è possibile, per questioni geografiche, economiche e storiche, allora la Zurabishvilifa di tutto per portare l’Ue a Tbilisi. Contraria alle rivoluzioni, nel 2009 ha pubblicato il libro “La Tragédie géorgienne” in cui ha raccontato come il suo paese, abbagliato dalla rivoluzione delle rose e dalla figura carismatica dell’ex presidente Saakashvili, fosse poi scivolato nelle mani di una forma autocratica di potere, con morti sospette, sparizioni e corruzione. Da questo ha tratto una lezione: sfilarsi da Mosca può essere possibile, ma bisogna farlo in silenzio, senza provocare.
La scorsa settimana l’Economist aveva parlato dell’enorme porto che i georgiani stanno costruendo sul Mar Nero: vogliono attrarre gli europei, convincerli a commerciare con la Cina passando dalla città portuale di Anaklia. La strategia georgiana è complessa e articolata, vuole entrare nella Nato, trasformarsi in un partner per l’Unione europea, e tutti i sogni passano per la diplomazia, l’arte di Salome Zurabishvili, ex diplomatica nata a Parigi da genitori georgiani.
Eletta presidente il 28 novembre scorso, sta portando avanti un corteggiamento testardo e gentile nei confronti dell’Ue. La scorsa settimana è stata in Francia per strappare a Macron una promessa: convincere l’Unione a impegnarsi di più nell’operazione di monitoraggio lungo il confine tra Georgia e Russia. Ha anche incontrato Angela Merkel, ma è dai salotti parigini che spera di ottenere di più. Nella sua settimana nella capitale francese, la Zurabishvili ha passato molto tempo nei club esclusivi, nelle fondazioni, tra i dirigenti di azienda, ministri e editori cercando di mettere giù un piano di cooperazione che inizi dalla cultura e arrivi alla difesa. Macron si è dimostrato entusiasta ma qualsiasi decisione l’Europa prenderà riguardo alla Georgia fa parte di un piano più ampio che ha a che vedere con la Russia.
Domenica si vota in Estonia, due cose: la digitalizzazione e il cannibalismo politico nel centrodestra (poi c'è l'influenza russa, ma questa la si conosce bene e la si combatte anche bene).
Ieri sera si è concluso il voto online, di cui gli estoni vanno molto fieri. I datori di lavoro hanno lasciato dieci minuti di tempo ai dipendenti per votare: ci si mette 30 secondi, ma si "determina il nostro futuro", quindi votate.
L'I-voting è cominciato il 21 febbraio e sembra che sia stato un successo.
I partiti principali dell'Estonia sono il Partito di centro, che è sostenuto storicamente dagli estoni russofoni, e il Partito riformista, liberale: entrambi fanno parte della famiglia dei Liberali europei, l'Alde. Queste elezioni sono le prime dal 1999 in cui il Partito riformista non è al governo: ha perso un voto di fiducia nel 2016, dopo aver vinto le elezioni nel 2015: l'attuale premier, Jüri Ratas, è un esponente del Partito di centro.
I due partiti hanno trascorsi molto litigiosi: secondo i sondaggi però un governo senza almeno uno dei due partiti è virtualmente impossibile. Bisogna vedere se riusciranno a mettersi d'accordo per fare una coalizione.
Il terzo incomodo è l'Ekre, il partito nazional-conservatore, definito populista e probabilmente decisivo per la formazione del governo. Mart Helme, storico, diplomatico, contadino e cantante, è il leader del partito dal 2013 e: difende i valori conservatori della famiglia contro i liberali che "promuovono una agenda omosessuale nella società e nelle scuole"; sposa la retorica anti immigrazione che noi conosciamo bene, dicendo che è una minaccia per l'identità nazionale e culturale dell'Estonia; attacca l'Unione europea e la sua integrazione politica: "I politici estoni devono ammettere con onestà che la nostra scelta è tra stare con chi vuole creare gli Stati Uniti d'Europa e chi aspira a un'Europa di stati nazionali. Il mio partito non vede alcun posto per l'Estonia dentro agli Stati Uniti d'Europa". In particolare, Helme ha difeso Marine Le Pen e i leader nazionalisti ostracizzati dall'élite liberale dell'Ue paragonandoli ai dissidenti sovietici.
La situazione è, come ormai dappertutto, frammentata:
Tra le priorità degli elettori ci sono: le tasse al primo posto, l'armonizzazione linguistica tra russo ed estone al quarto posto e al secondo un elemento molto importante a livello europeo. Per il 20 per cento degli estoni, a condizionare il voto sarà "il confronto tra valori liberali e valori conservatori".
A proposito di confini: si è votato in Moldavia.
Il paese è a metà, a metà tra l’occidente e l’oriente, tra la Russia e l’ovest. Il Partito socialista del presidente Igor Dodon ha ottenuto il 31 per cento dei voti, seguito da Acum con il 27 per cento e inaspettatamente al terzo posto è finito l’oligarca Vlad Plahotniuc del Partito democratico. Rispetto agli anni precedenti sembra che non cambierà molto, Dondon e Plahotniuc probabilmente si uniranno per formare un governo e la forza europeista Acum, sostenuta dai leader europei che ha ottenuto voti soprattutto nella capitale Chisinau, andrà all’opposizione. L’affluenza è stata scarsa, di poco sopra al 49 per cento e questo dato non è mai una buona notizia.
La Moldavia è lo stato più povero del continente europeo, con un livello di corruzione molto alto e un indice di natalità molto basso. Più che pensare alla geopolitica, alla Russia o alla Nato, i moldavi sono preoccupati di questo.
Quel che abbiamo letto e commentato in questi giorni:

Con la principessa bionda siamo arrivati alla fine del terzo appuntamento:
forse è amore.
Ci si iscrive qui.
Alla prossima settimana.